Le poesie "La mia sera", "Il temporale", "Il lampo" e "Il tuono" di Giacomo Leopardi studiate sotto il punto delle figure retoriche.
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giovedì 5 giugno 2008
venerdì 9 maggio 2008
Le piazze
La piazza è fin dall'antichità il centro e il punto di ritrovo della vita cittadina: a partire dell'Agorà dell'antica Grecia dell'VIII secolo avanti Cristo al Foro Romano, la piazza rappresenta il potere e la politica, il luogo dove ogni Imperatore rende omaggio agli Dei che proteggono il suo impero.
Oggi come allora l'aspetto fondamentale di questo punto di ritrovo è la struttura fondata su uno spazio aperto e accogliente, circondato da edifici pubblici o religiosi di massima importanza.
È il cuore della vita cittadina, come documentato da W. Gropius nel 1954 nella “Discussione sulle piazze Italiane”, il cuore che ospita le attività programmate e non programmate, diventa una “propaggine del laboratorio culturale”, come affermato in “Renzo Piano: Progetti e Architetture 1964-1983” a Milano. La piazza è il luogo d'incontro tra le diverse generazioni, sebbene l'architetture moderna stia perdendo i valori che rendono la piazza un così indispensabile punto in comune tra i diversi ciuttadini. Nata dall'intersezione di figure regolari, linee o superfici, le nuove piazze appaiono troppo buie, troppo indifferenti al contesto, troppo diverse dall'idea comune di piazza formatosi nel corso della storia.
A questo segue la difficoltà delle nuove generazioni nel concepire la piazza come luogo della memoria, non avendo vissuto e non potendo vivere questa esperienza, spesso la vedono come qualcosa di assurdo o “appartenente al passato e non adatta alla vita di oggi”, sempre nella Discussione sulle piazze Italiane”; “rifiutarono la mia proposta perchè non sapevano di che cosa si trattava”: un insegnante propone ai suoi alunni di studiare l'elemento della piazza nei vallaggi del Messico, ma gli studenti rifiutano; solo un ragazzo, dopo aver vissuto l'esperienza in un viaggio in Italia visitando piazza San Marco rimane successivamente impressionato e scrive all'insegnante ricordando la discussione.
Il problema consiste nell'associare uno stile architettonico così recente, sviluppatosi nell'ultimo secolo, ad alcuna memoria.
La piazza vissuta come tale è un elemento indispensabile per la vita del cittadino, sia dei centri maggiori che di quelli minori; il cittadino trova in essa un punto di arrivo dove mantenere relazioni culturali, commerciali o semplicemente sociali: per i giovani è un incontro con la vita, per gli anziani un incontro con i ricordi della vita.
E come scrive S. Penna nella Raccolta di Poesia del 1939 “ma resta nella memoria- e incontra di sé la luce” la piazza continua, nel corso dei secoli, a raccogliere ricordi lontani di momenti passati, nonostante i cambiamenti, impassibile al corso del tempo.
Oggi come allora l'aspetto fondamentale di questo punto di ritrovo è la struttura fondata su uno spazio aperto e accogliente, circondato da edifici pubblici o religiosi di massima importanza.
È il cuore della vita cittadina, come documentato da W. Gropius nel 1954 nella “Discussione sulle piazze Italiane”, il cuore che ospita le attività programmate e non programmate, diventa una “propaggine del laboratorio culturale”, come affermato in “Renzo Piano: Progetti e Architetture 1964-1983” a Milano. La piazza è il luogo d'incontro tra le diverse generazioni, sebbene l'architetture moderna stia perdendo i valori che rendono la piazza un così indispensabile punto in comune tra i diversi ciuttadini. Nata dall'intersezione di figure regolari, linee o superfici, le nuove piazze appaiono troppo buie, troppo indifferenti al contesto, troppo diverse dall'idea comune di piazza formatosi nel corso della storia.
A questo segue la difficoltà delle nuove generazioni nel concepire la piazza come luogo della memoria, non avendo vissuto e non potendo vivere questa esperienza, spesso la vedono come qualcosa di assurdo o “appartenente al passato e non adatta alla vita di oggi”, sempre nella Discussione sulle piazze Italiane”; “rifiutarono la mia proposta perchè non sapevano di che cosa si trattava”: un insegnante propone ai suoi alunni di studiare l'elemento della piazza nei vallaggi del Messico, ma gli studenti rifiutano; solo un ragazzo, dopo aver vissuto l'esperienza in un viaggio in Italia visitando piazza San Marco rimane successivamente impressionato e scrive all'insegnante ricordando la discussione.
Il problema consiste nell'associare uno stile architettonico così recente, sviluppatosi nell'ultimo secolo, ad alcuna memoria.
La piazza vissuta come tale è un elemento indispensabile per la vita del cittadino, sia dei centri maggiori che di quelli minori; il cittadino trova in essa un punto di arrivo dove mantenere relazioni culturali, commerciali o semplicemente sociali: per i giovani è un incontro con la vita, per gli anziani un incontro con i ricordi della vita.
E come scrive S. Penna nella Raccolta di Poesia del 1939 “ma resta nella memoria- e incontra di sé la luce” la piazza continua, nel corso dei secoli, a raccogliere ricordi lontani di momenti passati, nonostante i cambiamenti, impassibile al corso del tempo.
domenica 30 marzo 2008
Paesi Tuoi; breve riassunto e "il disagio di Berto"
In “Paesi tuoi” di Cesare Pavese è raccontata la vicenda di un ragazzo di nome Berto, che, uscito dal carcere, lascia la città di Torino per vivere e lavorare come macchinista nel cascinello di un compagno di prigione, Talino.
Talino era finito in carcere poiché aveva incendiato la cascina di un rivale che aveva corteggiato la sorella Gisella.
Berto, innamoratosi di Gisella, scopre le violenze del fratello, di cui la ragazza porta segni indelebili. Un eccesso di gelosia spinge Talino all'omicidio della sorella: le infila un tridente nel collo, facendola morire dissanguata.
Berto, sconvolto, decide di andarsene.
Il disagio esistenziale di Berto consiste nella continua ricerca di felicità; uscito dal carcere si affida alla sorte, non avendo casa e parenti che lo potessero ospitare, segue il compagno di prigione, andando ad abitare e a lavorare in campagna, un ambiente totalmente diverso rispetto alla sua città, Torino.
Berto rimane durante quasi tutto il corso del racconto un personaggio quasi indifferente ai fatti, un personaggio che rimane come spettatore e ha il solo scopo di comunicare in prima persona i fatti al lettore; diventa il vero protagonista della storia soltanto nel momento in cui si rende conto della violenza subita da Gisella e inizia a farsi domande; è un uomo, in ricerca della felicità, in ricerca del vero, un uomo che riflette, che rimane scandalizzato di fronte alla brutalità dei fatti.
Fino a quel momento era stato soltanto un uomo che vive per il divertimento, il cui unico scopo del lavorare è il guadagnare i soldi per le sigarette e per il bigliardo.
L’incontro con Gisella cambia notevolmente la sua visione del mondo; tutto, in confronto a lei, è terra.
Gisella è un frutto: bianco, candido, pulito, fresco, gustoso; un frutto delicato e intoccabile, che nasconde dentro di sé un’orrenda ingiustizia.
Berto rimane profondamente turbato nel sapere che la morte di Gisella era una vicenda già annunciata: ogni componente della famiglia di fronte alla morte si comporta come se non ci potesse essere nulla da fare; rimane sconvolto dal comportamento quasi animale che caratterizza l’uomo che vive in campagna.
In conclusione al racconto Berto lascia il cascinello di Talino; esce dal racconto con la stessa modalità con cui era entrato, ma con un’esperienza profonda che non poteva averlo lasciato indifferente come lo era all’inizio.
Talino era finito in carcere poiché aveva incendiato la cascina di un rivale che aveva corteggiato la sorella Gisella.
Berto, innamoratosi di Gisella, scopre le violenze del fratello, di cui la ragazza porta segni indelebili. Un eccesso di gelosia spinge Talino all'omicidio della sorella: le infila un tridente nel collo, facendola morire dissanguata.
Berto, sconvolto, decide di andarsene.
Il disagio esistenziale di Berto consiste nella continua ricerca di felicità; uscito dal carcere si affida alla sorte, non avendo casa e parenti che lo potessero ospitare, segue il compagno di prigione, andando ad abitare e a lavorare in campagna, un ambiente totalmente diverso rispetto alla sua città, Torino.
Berto rimane durante quasi tutto il corso del racconto un personaggio quasi indifferente ai fatti, un personaggio che rimane come spettatore e ha il solo scopo di comunicare in prima persona i fatti al lettore; diventa il vero protagonista della storia soltanto nel momento in cui si rende conto della violenza subita da Gisella e inizia a farsi domande; è un uomo, in ricerca della felicità, in ricerca del vero, un uomo che riflette, che rimane scandalizzato di fronte alla brutalità dei fatti.
Fino a quel momento era stato soltanto un uomo che vive per il divertimento, il cui unico scopo del lavorare è il guadagnare i soldi per le sigarette e per il bigliardo.
L’incontro con Gisella cambia notevolmente la sua visione del mondo; tutto, in confronto a lei, è terra.
Gisella è un frutto: bianco, candido, pulito, fresco, gustoso; un frutto delicato e intoccabile, che nasconde dentro di sé un’orrenda ingiustizia.
Berto rimane profondamente turbato nel sapere che la morte di Gisella era una vicenda già annunciata: ogni componente della famiglia di fronte alla morte si comporta come se non ci potesse essere nulla da fare; rimane sconvolto dal comportamento quasi animale che caratterizza l’uomo che vive in campagna.
In conclusione al racconto Berto lascia il cascinello di Talino; esce dal racconto con la stessa modalità con cui era entrato, ma con un’esperienza profonda che non poteva averlo lasciato indifferente come lo era all’inizio.
lunedì 17 marzo 2008
L'Accanimento terapeutico
L’Accanimento terapeutico è un complesso di interventi medici sproporzionati rispetto ai risultati effettivi in relazione a un malato comunque inguaribile.
La rinuncia a tali tecniche non è ritenuta eutanasia, e in certi casi non è un diritto, ma un dovere; secondo la Pontificia Accademia per la Vita la rinuncia alle cure non costituisce di per sé una forma di eutanasia, perché occorrerebbe l’intenzione di usare mezzi adeguati per procurare anticipatamente la morte a qualcuno.
Nell’enciclica “Evangelium Vitae” del 1993 Giovanni Paolo II afferma che questa rinuncia esprime l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte; quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo. La morte, è considerata «assurda» se interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, diventa invece una «liberazione rivendicata» quando l’esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente votata ad un’ulteriore più acuta sofferenza; per analizzare questo concetto è necessario ribadire il valore della persona umana: l’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena.
Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine.
Questo è un concetto assoluto che va oltre ai principi che nascono dalla religione o dalla cultura di una persona, ma parte dal concetto universale di persona che ogni uomo ha.
Secondo sempre Giovanni Paolo II l’eutanasia si situa al livello delle intenzioni e dei metodi usati; per definire un operazione eutanasia o rinuncia all’accanimento terapeutico occorre valutare se i mezzi terapeutici siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento e la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.
Spesso il punto di vista dei pazienti è di non coscienza, ma nei casi in cui il paziente sia cosciente, spesso i più giovani, con responsabilità anche genitoriali, in questi casi i medici puntano al coinvolgimento del malato nella lotta contro la malattia, mettendolo come primo fattore di guarigione; a questo segue nella maggior parte dei casi la delusione, più che nelle capacità delle terapie, nella capacità di voler vivere dei pazienti, un lacerante senso di colpa. In questi casi l’accanimento terapeutico è chiesto dal paziente stesso, che è disposto anche a sopportare cure sperimentali di dubbia efficacia; se non abbandonate perché inefficaci, o addirittura dannose, creano la difficoltà da parte dei sanitari di comunicare, dopo aver dato la speranza, che questa è risultata vana e che è il momento di abbandonare le cure, ricorrendo a, per esempio, false chemioterapie per non togliere la speranza, con il risultato di creare illusioni.
Il punto di vista di chi deve prendere in tempi brevi queste decisioni, dalle quali è impossibile tornare indietro e che influenzano inevitabilmente non solo il tempo della sopravvivenza, ma anche la qualità di vita e, spesso, della morte, deve essere sempre cauto, meditato, messo in discussione e condiviso non solo con la persona malata, ma con la famiglia e tutta l’equipe terapeutica.
È necessario per i pazienti essere accompagnati e affiancati nel loro ultimo percorso da persone che abbiano presente la grandezza e la preziosità della vita umana, perché è per lui necessario avere una qualità e un valore al tempo che gli resta da vivere.
La rinuncia a tali tecniche non è ritenuta eutanasia, e in certi casi non è un diritto, ma un dovere; secondo la Pontificia Accademia per la Vita la rinuncia alle cure non costituisce di per sé una forma di eutanasia, perché occorrerebbe l’intenzione di usare mezzi adeguati per procurare anticipatamente la morte a qualcuno.
Nell’enciclica “Evangelium Vitae” del 1993 Giovanni Paolo II afferma che questa rinuncia esprime l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte; quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo. La morte, è considerata «assurda» se interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, diventa invece una «liberazione rivendicata» quando l’esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente votata ad un’ulteriore più acuta sofferenza; per analizzare questo concetto è necessario ribadire il valore della persona umana: l’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena.
Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine.
Questo è un concetto assoluto che va oltre ai principi che nascono dalla religione o dalla cultura di una persona, ma parte dal concetto universale di persona che ogni uomo ha.
Secondo sempre Giovanni Paolo II l’eutanasia si situa al livello delle intenzioni e dei metodi usati; per definire un operazione eutanasia o rinuncia all’accanimento terapeutico occorre valutare se i mezzi terapeutici siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento e la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.
Spesso il punto di vista dei pazienti è di non coscienza, ma nei casi in cui il paziente sia cosciente, spesso i più giovani, con responsabilità anche genitoriali, in questi casi i medici puntano al coinvolgimento del malato nella lotta contro la malattia, mettendolo come primo fattore di guarigione; a questo segue nella maggior parte dei casi la delusione, più che nelle capacità delle terapie, nella capacità di voler vivere dei pazienti, un lacerante senso di colpa. In questi casi l’accanimento terapeutico è chiesto dal paziente stesso, che è disposto anche a sopportare cure sperimentali di dubbia efficacia; se non abbandonate perché inefficaci, o addirittura dannose, creano la difficoltà da parte dei sanitari di comunicare, dopo aver dato la speranza, che questa è risultata vana e che è il momento di abbandonare le cure, ricorrendo a, per esempio, false chemioterapie per non togliere la speranza, con il risultato di creare illusioni.
Il punto di vista di chi deve prendere in tempi brevi queste decisioni, dalle quali è impossibile tornare indietro e che influenzano inevitabilmente non solo il tempo della sopravvivenza, ma anche la qualità di vita e, spesso, della morte, deve essere sempre cauto, meditato, messo in discussione e condiviso non solo con la persona malata, ma con la famiglia e tutta l’equipe terapeutica.
È necessario per i pazienti essere accompagnati e affiancati nel loro ultimo percorso da persone che abbiano presente la grandezza e la preziosità della vita umana, perché è per lui necessario avere una qualità e un valore al tempo che gli resta da vivere.
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